In Italia ci sono migliaia di discendenti in attesa che si apra una porta verso la cittadinanza. Il 12 maggio, la Corte Suprema ha aperto uno spiraglio.
La Corte ha riconosciuto che i discendenti di italiani a cui il sistema consolare stesso ha impedito di presentare domanda hanno il diritto di ricorrere alla magistratura. decisione n. 13818/2026 Il testo ribadisce che la cittadinanza per discendenza è un diritto innato della persona, non concesso dallo Stato. Tuttavia, quattro esperti consultati da Italianismo avvertono: l'euforia, per ora, è il peggior consiglio.
Cosa dice la decisione
La Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione, nota anche come Corte SupremaLa sentenza ha stabilito che gli ostacoli creati dalla stessa pubblica amministrazione, come l'impossibilità di fissare un appuntamento consolare, possono essere legalmente equiparati a un diniego di riconoscimento. Ciò significa che coloro che si trovano bloccati dal sistema possono avere un interesse legittimo ad avviare un procedimento, anche senza aver presentato una richiesta amministrativa.
La decisione è giunta in un momento di diretta tensione con la legge n. 74/2025, il cosiddetto decreto Tajani, e con il Sentenza n. 63/2026 della Corte di Conistituzionale, che ha adottato una posizione più restrittiva sul riconoscimento della cittadinanza per i discendenti nati all'estero.
Ciò che la decisione non fa
L'avvocato Luigi Minari è diretto sui limiti della sentenza. "La Corte Suprema ha ripristinato il diritto di accesso alla magistratura per determinate categorie di ricorrenti che si trovano nella stessa situazione di fatto dei ricorrenti che hanno presentato appello nel procedimento oggetto della sentenza della Corte di Cassazione, perché questi ultimi avevano già ottenuto un appuntamento e presentato la documentazione necessaria", spiega.
Secondo Minari, il ripristino non è indiscriminato. "Il diritto in sé non è stato ripristinato, almeno non ancora, indiscriminatamente. Bisogna dimostrare, tramite documenti, di aver avuto una legittima aspettativa di stabilizzazione della legge sulla cittadinanza e di aver già investito nel riconoscimento della cittadinanza prima della modifica, rimanendo sorpresi."
L'avvocato Andrew Montone rafforza l'interpretazione restrittiva. "L'ordinanza (frase) La legge di cassazione non prevede l'approvazione automatica dei casi a seguito del decreto-legge 36. La Corte ha riconosciuto l'esistenza dell'interesse. ad Certificato "Nei casi presentati prima del decreto, anche in assenza di risposta amministrativa o di ostacoli alla presentazione della domanda", afferma.
Montone sottolinea inoltre che la battaglia è tutt'altro che conclusa. "Una volta superata la fase di valutazione della legittimazione ad agire, il giudice passerà all'esame del merito, richiedendo prove complete della linea genealogica e una documentazione coerente. Le cause mal preparate rimangono soggette a rigetto, e questo è già accaduto in casi presentati anche prima del decreto", afferma.
Diffidate delle promesse miracolose.
L'avvocata Flavia Di Pilla, dell'associazione Natitaliani, riconosce il peso del principio riaffermato, ma invita alla moderazione. «La Corte di Cassazione ha riaffermato il principio fondamentale di cittadinanza. Tuttavia, in questo momento la prudenza è d'obbligo. Ci troviamo di fronte a un conflitto di giurisprudenza, ma bisogna considerare che la sentenza della Corte di Cassazione è del 9 marzo, prima di quella della Corte Costituzionale», sottolinea.
Di Pilla intravede un rischio concreto nel modo in cui la notizia si è diffusa. "Possono creare false aspettative e causare danni maggiori al nostro progetto e ai diritti che rivendichiamo", avverte, riferendosi alle aziende che sfruttano la questione a fini commerciali con affermazioni miracolose.
Perché ogni giudice decide in modo diverso?
L'avvocata Daniele Mariani individua una causa strutturale alla base della persistente incertezza. "Molti giudici ritengono che la documentazione debba essere presentata integralmente insieme alla petizione iniziale, senza accettare aggiunte o correzioni ai documenti", osserva.
Il problema, a suo dire, è sorto con la ridistribuzione dei poteri approvata dal governo italiano. Prima del 2022, tutti i casi passavano per Roma, garantendo uniformità nelle sentenze. "Dal 2022, con tutti questi tribunali regionali e i rispettivi giudici, ognuno giudica secondo il proprio ragionamento, e questo crea un conflitto giurisprudenziale", spiega Mariani.
In pratica, ciò significa che casi simili possono ricevere decisioni diverse a seconda del tribunale competente per il processo.
Cosa c'è dopo?
La decisione delle Sezioni Unite, la camera plenaria della Corte di Cassazione, è ancora in sospeso e dovrebbe definire il quadro definitivo per i procedimenti in corso. Fino ad allora, chi possiede una documentazione solida prodotta prima della riforma e può dimostrare tentativi falliti di presentare la domanda ha rinnovato le proprie argomentazioni. Chi non dispone di tale prova rimane in un territorio incerto.







































