L’Europa siamo tutti noi, cittadini anonimi
Le misure per contenere il virus sono: lavarsi le mani, non condividere materiale igienico o alimentare e distanziamento sociale. Piccola domanda: come si possono attuare queste misure in luoghi dove esiste un punto di acqua potabile per circa mille persone, dove le condizioni igienico-sanitarie sono praticamente inesistenti?
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Come in tutte le situazioni di crisi profonda, siano esse guerre o fenomeni naturali, le prime vittime sono sempre le più vulnerabili.
Chi viveva già in condizioni precarie, chi non “esisteva” nelle statistiche, chi era ai margini dei sistemi sociali, chi non aveva documenti di identità, chi ha fatto della strada la propria casa, gli anziani e gli abbandonati, i bambini senza famiglia, persone con disabilità e così via.
La settimana scorsa ci siamo trovati di fronte alla situazione dei richiedenti asilo e di alcuni rifugiati che vivono in ostelli senza condizioni che forniscano il distanziamento sociale, essenziale in questo tempo di pandemia in cui viviamo. Apparentemente la questione è stata abbreviata in tempo, ma ha lasciato alcune questioni che devono essere analizzate con chiarezza e senza debolezze.
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È noto che le questioni che dipendono da più di una struttura o organizzazione raramente funzionano. Forse è giunto il momento di mettere in pratica una delle proposte del governo in materia.
Ma, se questa situazione si verificasse in un Paese dove l’accoglienza, sia per i migranti che per i rifugiati, è stata (finora) un riferimento positivo, immaginate cosa accadrà nei grandi campi profughi della Grecia!
Quando parliamo di solidarietà europea e quando sentiamo dichiarazioni a dir poco deplorevoli da parte dei leader del Nord Europa, non possiamo dimenticare che sono i paesi del Sud, soprattutto Grecia e Italia, a detenere il controllo esterno dell’Unione. confini e che, di fronte al flusso migratorio derivante dalla disintegrazione di stati come la Libia e la Siria, sono stati lasciati in qualche modo a se stessi.
A questo stato di cose si aggiunge anche la profonda crisi economica che ha devastato tutti, ma che si è fatta naturalmente sentire nei paesi con economie più fragili. Ancora una volta, la Grecia è stata parte di questo triste pacchetto.
Non possiamo lasciare che questi campi profughi, ai quali l’UE non è ancora riuscita ad affrontare o a rispondere, si trasformino, per forza di cose, in campi di sterminio naturale.
Per questi motivi, la settimana scorsa un gruppo di cittadini ha presentato una petizione al Parlamento europeo chiedendo che venga garantita protezione alle persone più vulnerabili che si trovano nei campi profughi delle isole greche; che venga effettuata la ricollocazione rapida dei minori non accompagnati e che siano garantite le risorse necessarie per attuare un piano di emergenza, in grado di contenere l’epidemia di Covid-19.
Ma, poiché ci sarà un “giorno dopo COVID” e affinché il quadro del Nuovo Patto Europeo per la Migrazione e l’Asilo non sia altro che un documento, la stessa petizione chiede anche che venga istituito un meccanismo di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo dopo la disattivazione dell’Operazione Sophia; vengono aperti e identificati i porti per lo sbarco dei rifugiati e, infine, la misura più difficile, ma più urgente di tutte: che venga istituito un meccanismo di ricollocazione sostenuto dalla condivisione di responsabilità da parte di tutti gli Stati membri.
Se non si farà nulla, avremo fallito come Unione.
Non possiamo continuare a sottrarci alle nostre responsabilità di cittadini europei. L’Europa siamo tutti noi, cittadini anonimi che vedono, leggono, sentono e, come tali, non possono ignorare.
da MANUELA NIZA RIBEIRO, dal Centro internazionale per lo sviluppo delle politiche migratorie. Originariamente pubblicato in Visão
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