L'Italia ha celebrato recentemente il riconoscimento, da parte del Comitato intergovernativo dell'UNESCO, di cucina italiana come Patrimonio culturale immateriale dell'umanità. Commentando la decisione, il ministro italiano Francesco Lollobrigida ha affermato che il titolo simboleggia "le nostre radici, la nostra creatività e la capacità di trasformare la tradizione in valore universale". [1].
Al di là di questa celebrazione ufficiale, l'approccio diffuso dalla maggior parte dei media differisce dal contenuto della candidatura. Contrariamente a quanto ampiamente pubblicizzato, il riconoscimento non mira a salvaguardare piatti o ricette antiche, né a promuovere la celebrazione... fatto in Italia.
Una lettura attenta del dossier approvato nella XX riunione del Comitato rivela un'altra prospettiva: non vi sono riferimenti a chef, ristoranti o ricette, né alla consacrazione di antiche tradizioni culinarie. Ciò che viene riconosciuto, invece, è una "cucina degli affetti", "in quanto trasmette memoria, cura, legami sociali e identità, raccontando, attraverso il cibo, storie di famiglie, riti e gesti". [2].
Si tratta, quindi, di un modo culturale di vivere il cibo, profondamente radicato nella vita quotidiana, nei legami sociali e nei legami affettivi tra persone, territori e pratiche alimentari vissute come forma di condivisione.
È proprio in questo paradigma concettuale che risiede la forza della candidatura. L'incorporazione della dimensione affettiva rafforza un approccio culturale e antropologico che osserviamo negli studi sul tema.
Lo afferma Massimo Montanari, storico dell'alimentazione e uno degli ideatori della candidatura. [3]Il comportamento alimentare umano si distingue non solo per la cucina, ma soprattutto per la commensalità, l'affetto e la funzione sociale dei pasti. In questo senso, la candidatura riconosce cucina degli affetti come tradizione che trasforma il tempo condiviso a tavola in legami sociali di dialogo e trasmissione di valori, collegando generazioni, territori e comunità, compresa la diaspora italiana.
Questa enfasi sul legame emotivo distingue inoltre la candidatura italiana dagli altri premi culinari assegnati finora. Nel 2010, la Francia ha ricevuto il riconoscimento per... repas gastronomique des français, definita come una pratica sociale organizzativa dei pasti, con regole, passaggi e codici di condotta definiti: la cosiddetta arte francese di sedersi a tavola. [4]La candidatura italiana, a sua volta, rompe con le categorie tradizionali dell'UNESCO, poiché non descrive una cucina o una pratica specifica, ma una pluralità di funzioni sociali, culturali ed economiche.
Il confronto con la Dieta Mediterranea, istituita nel 2013, aiuta anche a comprendere il carattere innovativo della proposta italiana. La Dieta Mediterranea è un patrimonio transnazionale che valorizza un modello alimentare legato alla salute, alla sostenibilità e a determinate pratiche agricole e culinarie comuni a diversi Paesi.
Si tratta quindi di un sistema alimentare sostenuto da elementi di uso comune, come l'olio d'oliva, il consumo di verdure e cereali e pratiche di socialità. cucina italianaAl contrario, non si tratta di un modello prescrittivo o normativo, né di un insieme di principi alimentari. È una celebrazione delle dimensioni relazionali, simboliche e affettive del mangiare, che enfatizza il cibo come mediatore di legami sociali, ricordi e senso di appartenenza nella vita quotidiana.
Così, mentre la Francia e la dieta mediterranea si basano su modelli relativamente stabili e definibili, l'Italia propone un patrimonio aperto che riconosce non l'esistenza di una cucina italiana "pura", ma proprio la sua forza affettiva come pratica culturale viva e in continua trasformazione.
Il nucleo del dossier – significativamente intitolato “La cucina italiana porta sostenibilità e diversità bioculturale"— è l'idea che la cucina italiana sia una pratica culturale plurale e dinamica, capace di connettere persone, tempi, paesaggi, territori e modi di vivere insieme."
E questo riconoscimento da parte dell'UNESCO evita il rischio di trasformare la cucina italiana in un simbolo nazionale rigido, esclusivo o patriottico, e afferma la strada opposta: la cucina come ponte, non come confine.
Mentre alcuni hanno celebrato l'iscrizione come una difesa di una presunta "vera cucina italiana", il dossier stesso sostiene che tale unità non esiste. Il riconoscimento non certifica una gastronomia italiana, ma convalida una cultura alimentare, "un elemento vivo e contemporaneo dell'italianità nei rituali, nella convivialità, nella sostenibilità, nella biodiversità e nella trasmissione intergenerazionale dei saperi". [5].
A cucina italianaNon si tratta quindi di un ricettario o di un inventario delle tradizioni culinarie. È il riconoscimento che il cibo in Italia è un linguaggio culturale affettivo, capace di esprimere storie, legami emotivi, appartenenze molteplici e modi di vivere che trascendono il tempo e il territorio: il riconoscimento di un CucinaNon è necessario cucinare o preparare ricette.

Note:
[1] https://www.masaf.gov.it/cucina-italiana-patrimonio-unesco.
[2] https://www.unesco.it/it/news/la-cucina-italiana-iscritta-alla-lista-
rappresentativa-del-patrimonio-culturale-immateriale-unesco; Nomina
fascicolo n. 02093, per l'iscrizione nel 2025 nella Lista Rappresentativa della
Patrimonio culturale immateriale dell'umanità.
[3] J.‑L. FLANDIN e M. MONTANARI, Storia del cibo, Estação
Freedom, sesta edizione, 1998, pp. 30-32.
[4] Fascicolo di candidatura n. 00437, per la registrazione nel 2010 sul
Elenco rappresentativo del patrimonio culturale immateriale dell'umanità: “A
pratica sociale tradizionale destinata a celebrare i momenti più importanti
eventi importanti nella vita di individui e gruppi, come nascite,
Matrimoni, compleanni, successi e riunioni. È un pasto.
festoso durante il quale gli ospiti praticano, per questa occasione, l'arte
di “mangiare bene” e “bere bene”.
[5] https://www.unesco.it/it/news/comunicato-stampa-consiglio-direttivo-
della-commissione-nazionale-italiana-per-lunesco-23-marzo-2023.







































