Se la “Divina Commedia” è uno dei libri più importanti della letteratura, non si può negare che “L'Inferno” sia la parte più celebrata e studiata di questo capolavoro di Dante Alighieri.
700 anni dopo la morte del poeta – si è svolto questo martedì 14 settembre il settimo centenario – i nove gironi di sofferenza e di espiazione dell’inferno dantesco continuano a suscitare fascino nei lettori di tutto il mondo, e non solo per le loro evidenti e rinomate qualità letterarie, ma anche per il potere di empatia.
Storie come quella di Francesca e Paolo, protagonisti di un amore proibito e le cui anime sono condannate a vagare insieme nel vento per l'eternità, vanno al centro dei sentimenti umani.
Se l'amore «costringe tutti coloro che hanno amato ad amare», come dice Francesca nel racconto della sua sorte nel secondo girone dell'inferno, le sofferenze descritte da Dante nel suo viaggio costringono tutti a provare qualcosa: compassione, rabbia, indignazione, pietà. Dipenderà dalle storie e dalle esperienze di ogni persona.
“'Inferno' ha il tema del peccato, delle debolezze umane, dell'amore, che attraversa tutte le epoche e tutti i popoli ed è alla base di tutto ciò che è letteratura”, spiega Michele Gialdroni, direttore della Istituto Italiano di Cultura di San Paolo.
Secondo Gialdroni Dante riesce a instaurare un legame di empatia che mantiene la sua opera “sempre attuale”. “Utilizzando l’individualità dell’autore, Dante si pone anche in una posizione del tutto speciale, quella di giudicare il mondo. Egli reagisce a ciò, mostra le sue emozioni e cerca l'identificazione con chi sta leggendo o ascoltando la 'Commedia'. Questo ha attraversato i secoli'”, aggiunge.
L’italiano Luciano Migliaccio, dottore in Storia dell’Arte Medievale e professore presso la Facoltà di Architettura e Urbanistica dell’Università di San Paolo (FAU-USP), afferma che “L’Inferno” è la parte più umana del poema, quella che mostra le figure più impattanti dal punto di vista delle passioni e dei sentimenti.
Se la storia di Francesca e Paolo è diventata simbolo delle fatiche dell'amore, altre sconvolgono per la loro crudeltà e la loro capacità di generare anche repulsione, come quella del conte Ugolino della Gherardesca, che appare nell'angolo 33° del “ Divina Commedia”.
Personaggio storico della Pisa del XIII secolo, il conte fu accusato di tradimento e imprigionato in una torre con i suoi due figli e due nipoti. I rapitori sigillarono la prigione e gettarono via la chiave, facendo morire di fame tutti i prigionieri.
Nel suo poema Dante racconta che i figli di Ugolino offrirono la propria carne per nutrire il padre e salvarlo dalla fame. “Li sentii, ma nessuno si mosse / Chiamai per due giorni, dopo la loro morte / Allora più che il dolore poté il digiuno”, narra il conte in “Divina Commedia".
Ugolino è raffigurato immerso nelle gelide acque del Cocito – il fiume dei traditori nell'inferno dantesco – mentre mastica brutalmente il teschio dell'arcivescovo che ne aveva istigato l'arresto.
“Le altre due parti ('Purgatorio' e 'Paradiso') sono eccezionali, ma non c'è dubbio che alcuni personaggi dell'Inferno, come il Conte Ugolino, Paolo e Francesca, siano diventati grandi stereotipi delle passioni umane”, dice Migliaccio.
Secondo lui il conte è un personaggio tragico, ma allo stesso tempo “supera ogni limite umano” divorando i propri figli. “Egli viene rappresentato come l'antitesi della figura divina stessa. Prima di arrivare a Lucifero [che appare nella 34esima e ultima canzone di 'Inferno'], appare il Conte, che è l'emblema della pietà e dell'orrore”, sottolinea il professore.
Come dimostra il racconto di Ugolino, la traversata dell'inferno dantesco non è serena né esente da contrattempi, ma la ricompensa alla fine del viaggio è poter “rivedere le stelle”. (Ansa, di Lucas Rizzi)







































