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Cittadinanza

Salvini, il “neutrale” ma non l’unico colpevole

Una nuova legge riduce la cittadinanza e mette in luce la negligenza di Salvini nei confronti della diaspora.

Marcelo de Carvalho, Matteo Silvini e Lorenzato | Foto: Instagram/Lorenzato
Marcelo de Carvalho, Matteo Silvini e Lorenzato | Foto: Instagram/Lorenzato

Approvato ieri, 15 maggio, al Senato italiano, il decreto che modifica il riconoscimento della cittadinanza italiana ha suscitato indignazione tra i discendenti italiani. La nuova norma, di origine Decreto legge 36, necessita ancora dell'approvazione della Camera dei Deputati per diventare definitivo.

E ora tutti cercano qualcuno a cui dare la colpa.

Il provvedimento limita drasticamente il diritto di trasmettere la cittadinanza per discendenza diretta, colpendo milioni di brasiliani. Il nome del vicepremier Matteo Salvini, però, non compare nel testo del decreto né nelle discussioni principali. Non è stata rilasciata alcuna dichiarazione pubblica da parte sua prima del voto.

Salvini ha registrato un video in cui elogia la diaspora, soprattutto in Veneto, culla politica della Lega, il suo partito. Nonostante ciò, non fece alcuno sforzo concreto. Ha ingannato alleati come l'ex deputato italo-brasiliano Luiz Roberto Lorenzato e l'uomo d'affari Marcello de Carvalho, proprietario di RedeTV! e attivista politico, che si è recato frettolosamente in Italia per cercare di intervenire.

Secondo Lorenzato, si stava per depositare un emendamento per eliminare dal decreto la dicitura “esclusivamente italiana”. "Mancavano tre minuti", ha detto. Il termine è scaduto e la proposta non era nemmeno all'ordine del giorno.

Diaspora ignorata

In pratica, il voto era simbolico. L'assenza di esponenti della Lega di Salvini e la scarsa mobilitazione al Senato - solo 119 dei 205 senatori hanno votato - dimostrare disinteresse politico nella questione. Ci sono stati 81 voti a favore e 31 contrari. L'opposizione, se fosse stata presente in forze, avrebbe potuto bloccare il decreto.

La diaspora italiana, composta da oltre 80 milioni di discendenti sparsi in tutto il mondo, continua a essere un argomento scomodo per l'Italia. Il Paese non ha mai veramente digerito l'esodo dei suoi cittadini. Per 150 anni ha trattato la questione come se fosse di scarsa importanza, nascondendola sotto il tappeto. Ieri, insieme alla causa, è stato gettato via anche il tappeto.

Colpa collettiva e silenzio diffuso

La responsabilità non ricade su personaggi come Lorenzato o Marcelo de Carvalho. Nessuno dei due ricopre incarichi parlamentari. Senza il diritto di voto, le loro azioni, sebbene motivate politicamente, non avevano alcun impatto diretto.

La verità è che né le associazioni degli italiani all’estero né i consigli di rappresentanza — come CGIE — è riuscito a influenzare la decisione. La mobilitazione della comunità, con proteste e una petizione con oltre 110 mila firme, ha avuto solo un effetto simbolico. Infatti, 110 mila firme su un universo di 30 milioni di discendenti in Brasile rappresentano un misero 0,37%. Nemmeno la comunità stessa era interessata.

I nomi che avrebbero potuto interferire scelsero il silenzio. Ad esempio, il primo ministro Giorgia Meloni ha evitato di affrontare pubblicamente la questione.

La senatrice Francesca La Marca, eletta all'estero con i voti della comunità italiana e membro del Partito Democratico, non ha nemmeno partecipato al voto.

Il risultato? La sterilizzazione simbolica della diaspora. Milioni di discendenti non hanno più accesso alla cittadinanza attraverso canali amministrativi, sebbene la via giudiziaria rimanga una possibilità.

Eredità di sangue

La comunità italo-brasiliana non ha bisogno di una legge che confermi la propria identità. Il sangue ereditato dagli immigrati che hanno lasciato l'Italia in tempi difficili porta con sé l'eredità di una storia vera, che lo Stato italiano ha ora scelto di negare.

Mantenendo la cittadinanza come un privilegio esclusivo, e non come un diritto storico, il Paese dimostra di non aver ancora imparato a gestire la propria diaspora.

E, di fronte a tutto questo, c'è ancora chi preferisce restare indeciso.

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