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Cittadinanza

Il Lussemburgo dovrà rispondere alla domanda che la Corte italiana ha eluso.

La questione che precede la questione: la rottura della giurisprudenza costituzionale italiana in materia di cittadinanza iure sanguinis e il deferimento della Legge Tajani alla Corte europea.

La Corte costituzionale italiana ha deferito alla Corte di giustizia europea la discussione sulla legge Tajani e sulla natura stessa della cittadinanza per discendenza | Immagine generata dall'IA
La Corte costituzionale italiana ha deferito alla Corte di giustizia europea la discussione sulla legge Tajani e sulla natura stessa della cittadinanza per discendenza | Immagine generata dall'IA

da Luigi Minari

La pubblicazione dell'Ordinanza n. 147/2026 della Corte Costituzionale italiana ha immediatamente suscitato interesse tra gli studiosi di diritto di cittadinanza per discendenza (jure sanguinis). Meno di tre mesi dopo la pubblicazione della Sentenza n. 63/2026 (fortemente criticata negli ambienti giuridici per le argomentazioni utilizzate a difesa della costituzionalità della Legge Tajani), la Corte... hanno deciso di sottoporlo alla Corte di giustizia dell'Unione europea. Questioni preliminari riguardanti la compatibilità dell'articolo 3-bis della legge n. 91/1992, introdotto dalla cosiddetta legge Tajani, con il diritto dell'Unione.

La principale novità giuridica risiede proprio nella pronuncia pregiudiziale, poiché, fino ad allora, con la già citata sentenza n. 63/2026, la Corte aveva ritenuto superfluo l'intervento della Corte di giustizia, ritenendo che la disciplina introdotta dal legislatore italiano non sollevasse questioni rilevanti di diritto dell'Unione.

Tuttavia, è necessario considerare la prospettiva da cui la Corte costituzionale italiana intende portare la questione all'attenzione della Corte europea.

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La Corte Suprema ha ribadito: la cittadinanza nasce con la persona.

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Con la pubblicazione della sentenza n. 63/2026, la Corte costituzionale ha abbandonato, senza dichiararlo esplicitamente, un'interpretazione dogmatica consolidata nel corso dei decenni circa la natura della cittadinanza iure sanguinis, ovvero: di diritto originario, imprescrittibile ed esercitabile in qualsiasi momento, introducendo, riducendola a una mera aspettativa di diritto che sarebbe stata lesa da una "preclusione originaria all'acquisto della cittadinanza italiana" stabilita dalla legge Tajani.

E la rilevanza dell'ordinanza n. 147/2026 deriva proprio da questo contesto.

Lungi dal limitarsi a dare continuità alla sentenza n. 63/2026, la nuova decisione rivela che le difficoltà giuridiche sollevate da tale interpretazione erano più profonde di quanto inizialmente apparisse. Tuttavia, anziché riesaminare espressamente le premesse adottate pochi mesi prima, la Corte conserva pienamente la categoria giuridica da essa creata e sposta la discussione, da questo punto di vista, al Lussemburgo, affidando alla Corte di giustizia dell'Unione europea il compito di verificarne la compatibilità con il diritto dell'Unione.

Questo percorso merita attenzione.

Non perché alle corti costituzionali sia impedito di riesaminare interpretazioni precedentemente adottate. L'evoluzione giurisprudenziale è un elemento intrinseco della funzione giudiziaria, soprattutto in materia costituzionale. Il vero problema sorge quando si verifica una profonda rottura con categorie dogmatiche consolidate senza esplicitare le ragioni che giustificano l'abbandono dell'interpretazione precedente, soprattutto quando la stessa interpretazione era stata riaffermata dalla Corte costituzionale pochi mesi prima, nella sentenza n. 142/2025.

È proprio questa circostanza a rendere problematica dal punto di vista metodologico la sentenza n. 63/2026. La decisione non solo si discosta dalla lunga tradizione consolidata dalla Corte di Cassazione circa la natura dichiarativa del riconoscimento della cittadinanza iure sanguinis, ma anche dall'orientamento recentemente riaffermato dalla stessa Corte Costituzionale, senza spiegare come la categoria di "preclusione originaria all'acquisto della cittadinanza" possa essere conciliata con la concezione, fino ad allora consolidata, secondo cui la cittadinanza iure sanguinis costituisce uno status civitatis acquisito al momento della nascita per via di filiazione.

Questa mancanza di giustificazione non è semplicemente una questione di tecnica di scrittura.

Ciò incide direttamente su uno dei pilastri dello stato di diritto: la certezza del diritto.

Tradizionalmente, la certezza del diritto viene analizzata dal punto di vista della stabilità della legislazione e della tutela delle legittime aspettative dei cittadini di fronte ai cambiamenti normativi. Tuttavia, in uno Stato costituzionale, essa presuppone anche un minimo di stabilità, coerenza e prevedibilità della giurisprudenza costituzionale stessa. Sebbene nessun tribunale sia assolutamente vincolato dai propri precedenti, ribaltare interpretazioni consolidate richiede un ragionamento particolarmente rigoroso, proprio perché l'autorità delle Corti costituzionali si fonda non solo sulla loro competenza istituzionale, ma anche sulla razionalità, coerenza e integrità delle loro argomentazioni.

Da questa prospettiva, la controversia sollevata dalla legge Tajani trascende la discussione stessa sulla retroattività dell'articolo 3-bis della legge n. 91/1992.

Il vero problema si sposta a un livello precedente: la ridefinizione della natura giuridica stessa della cittadinanza iure sanguinis promossa dalla Sentenza n.º 63/2026.

Questa ridefinizione non si manifesta solo nel risultato ottenuto dalla decisione.

Si manifesta soprattutto nel linguaggio utilizzato dalla Corte.

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La decisione della Corte costituzionale ha cambiato lo scenario. La nuova legge sulla cittadinanza sarà ora esaminata dalle corti di giustizia dell'Unione europea.

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La sostituzione della tradizionale concezione di cittadinanza come status acquisito alla nascita con l'idea di una "preclusione originaria all'acquisto della cittadinanza" non è una mera innovazione terminologica. Ricorrendo a questa categoria, la Corte intende spostare il fulcro della controversia giuridica stessa. Fino ad allora, la questione verteva sulla possibilità che il Decreto Tajani potesse avere effetti retroattivi su una cittadinanza già acquisita, come la giurisprudenza italiana aveva quasi unanimemente sostenuto. Con l'introduzione della nuova categoria, il dibattito si configura ora da un'altra prospettiva: non si tratta più di applicazione retroattiva a uno status preesistente, ma si configura come una semplice regolamentazione delle condizioni per l'acquisizione della nazionalità italiana.

Non è solo la terminologia utilizzata a cambiare.

Il quadro giuridico della controversia stessa viene modificato.

Tale modifica assume un'importanza ancora maggiore se si considera che, nella procedura prevista dall'articolo 267 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, il giudice nazionale non si limita a porre quesiti alla Corte di giustizia, ma descrive anche i fatti, individua gli organi giuridici competenti e qualifica la controversia sottoposta al controllo europeo.

La formulazione della questione pregiudiziale non è mai neutrale.

La persona che pone la domanda definisce in larga misura anche l'insieme delle possibili risposte.

Riferendosi alla Corte di Giustizia per una controversia fondata sulla categoria di "preclusione originaria all'acquisto della cittadinanza", la Corte Costituzionale non si limita a esprimere un dubbio interpretativo sul diritto dell'Unione, ma fornisce anche una chiave specifica per la comprensione della stessa legge Tajani.

Naturalmente, tale precisazione non è vincolante per la Corte di giustizia.

Potrebbe la Corte di Lussemburgo concludere che la categoria istituita dalla sentenza n. 63/2026 descriva correttamente la natura giuridica dell'articolo 3-bis? Oppure potrebbe giungere alla conclusione opposta e riconoscere che, a prescindere dalla terminologia utilizzata dalla Corte costituzionale, le norme introdotte dalla legge Tajani si applichino retroattivamente a uno status civitatis precedentemente acquisito secondo la tradizione giuridica italiana?

Se ciò accadesse, la struttura stessa del problema dannoso si trasformerebbe inevitabilmente.

Prima ancora di rispondere alla domanda se il diritto dell'Unione ammetta una "preclusione originaria all'acquisizione della cittadinanza", sarà necessario verificare se tale categoria costituisca effettivamente la qualificazione giuridica appropriata del fenomeno disciplinato dall'articolo 3-bis della legge n. 91/1992.

Forse questo è proprio l'aspetto più rilevante dell'ordinanza n. 147/2026.

Deferendo la controversia alla Corte di Giustizia, la Corte Costituzionale non si è limitata a esportare un dubbio giuridico, ma ha anche esportato la categoria dogmatica costruita dalla sentenza n. 63/2026.

Ora spetterà al Lussemburgo decidere non solo se il diritto dell'UE consente la soluzione proposta dalla Corte costituzionale italiana, ma, prima ancora, se accetta il presupposto concettuale su cui tale soluzione si fonda.

Perché se la premessa è errata, la risposta seguirà inevitabilmente un percorso diverso.

Forse, in fin dei conti, questa è la vera domanda che precede la domanda.

Luigi Minari è avvocato iscritto all'Ordine degli Avvocati del Brasile, sezione di San Paolo, avvocato portoghese presso il Consiglio di Faro e avvocato italiano stabilito presso il Foro di Bari.

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