A sentenza favorevole della Corte di Venezia, datato 12 marzo 2026 e pubblicato questo lunedì (23), ha cominciato a generare interrogativi nella comunità italo-brasiliana dopo le ripercussioni iniziali.
Presentata come una prima vittoria contro il Decreto Tajani, la decisione è ora oggetto di cauta analisi da parte di esperti e professionisti del diritto.
Il punto principale del dibattito è il assenza di menzione diretta del decreto nella motivazione della sentenzaIl caso riguarda la discendenza paterna e riconosce il diritto alla cittadinanza italiana sulla base della consolidata interpretazione di... stato civile.
L'omissione nel decreto solleva dei dubbi.
Fonti giuridiche consultate da Italianismo indicano che la decisione non affronta esplicitamente le restrizioni introdotte dal Decreto Tajani. Tra queste restrizioni rientra l'obbligo di verifica amministrativa e di iscrizione nei sistemi consolari.
Questa assenza apre a due possibili interpretazioni. La prima sarebbe che il procedimento sia stato avviato prima del 27 marzo 2025, il che consentirebbe di applicare l'analisi secondo le norme precedenti. Tuttavia, Italianismo ha avuto accesso al numero di protocollo, 21984/2025, che indica che l'azione è stata distribuita successivamente e indebolisce questa ipotesi.
La seconda ipotesi è che il giudice abbia applicato direttamente l'interpretazione della Corte di Cassazione, senza tenere conto della nuova legislazione. In questo scenario, l'attenzione si concentrerebbe sul riconoscimento del diritto come "diritto perfetto".
Critiche e avvertimenti riguardo alle aspettative.
Le ripercussioni della decisione hanno generato critiche anche all'interno della comunità giuridica. Un messaggio che circola tra i professionisti avverte che la sentenza non menziona il decreto e potrebbe essere interpretata in modo troppo ampio. "È stato un copia-incolla di casi giudicati prima del decreto Tajani", ha affermato un avvocato.
Il testo della sentenza “non fa alcun riferimento al decreto Tajani” e avverte che “esiste il rischio di creare false aspettative”.
Secondo questa interpretazione, presentare la decisione come un annullamento del decreto potrebbe essere prematuro, poiché la questione non è stata affrontata direttamente dal tribunale.
"Presentare questa decisione come la fine degli ostacoli posti dal Decreto Tajani potrebbe scatenare un'ondata di cause legali prive di fondamento, danneggiando i ricorrenti", afferma un avvocato.
Le voci di un annullamento del matrimonio vengono smentite.
Con l'aumentare dell'attenzione mediatica, sono emerse voci secondo cui la sentenza sarebbe stata annullata dalla stessa giudice. Questa informazione si è diffusa sui social media e nei gruppi WhatsApp.
L'avvocato Cláudio Laganà, uno dei legali che rappresentano il querelante, ha smentito questa versione dei fatti. Secondo lui, non vi è stata alcuna comunicazione ufficiale in tal senso. Ha inoltre affermato di non essere a conoscenza di alcuna prassi simile nell'ordinamento giuridico italiano.
Nonostante ciò, lo stesso avvocato riconosce la possibilità di un ricorso da parte dello Stato, soprattutto dopo che il caso è stato reso pubblico.
Strategia di difesa
La difesa sostiene che l'omissione di qualsiasi menzione del decreto sia stata intenzionale. La petizione era stata redatta unicamente per discutere la natura del diritto alla cittadinanza.
"È una petizione interamente contraria alla riforma. Non c'è nemmeno una parola che menzioni gli screenshot", ha affermato.
Secondo l'avvocato, l'obiettivo era quello di rafforzare la consapevolezza che il diritto è originario. "Tutti si sono registrati con una petizione completamente nuova, partendo da zero. Parlando della natura del diritto."
Ha inoltre citato la giurisprudenza in materia. "La Corte di Cassazione ha già definito lo status civitatis come un diritto perfetto. Imprescrivibile, riscattabile in qualsiasi momento. E di carattere permanente."
Lo scenario è ancora indefinito.
La decisione giunge in un momento di incertezza giuridica. Non esiste ancora una definizione chiara di come i tribunali applicheranno le nuove norme in combinazione con la giurisprudenza consolidata.
Il caso di Venezia è visto come un possibile indicatore, ma ancora privo di sufficiente forza per consolidare la comprensione. "È falso affermare che il caso crei giurisprudenza", afferma un avvocato.
Nuove sentenze ed eventuali ricorsi dovrebbero definire la portata di questa interpretazione nei prossimi mesi.



















































