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La lettera del 1913 in cui un italiano cercò di convincere il padre ad attraversare l’oceano e a venire in Brasile

Da São Bernardo, Amedeo Lucchesi scrisse ai genitori in Italia e suggerì al padre di partire dopo la raccolta delle castagne. Nel manoscritto, persino la paura della traversata assumeva un’espressione propria.

Carta de Amedeo Lucchesi aos pais, escrita em São Bernardo em 1913, em composição que remete à travessia entre Itália e Brasil | Foto: reprodução/montagem ilustrativa
Carta de Amedeo Lucchesi aos pais, escrita em São Bernardo em 1913, em composição que remete à travessia entre Itália e Brasil | Foto: reprodução/montagem ilustrativa

São Bernardo, 19 ottobre 1913.

Amedeo Lucchesi scrisse ai genitori rimasti in Italia. Voleva dare notizie della famiglia, ringraziare per i messaggi ricevuti e parlare delle persone conosciute che si muovevano tra le due sponde dell’Atlantico.

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Nel mezzo della lettera, rivolse anche un invito.

Dopo la raccolta delle castagne, il padre avrebbe potuto venire in Brasile.

C’era però un problema: la paura del mare.

Il passaggio compare nel manoscritto con la grafia peculiare di Amedeo:

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“doppo che avete colto le castagne vienite al Brasile voi caro padre potete vienire e poi sirivolta a sieme e che avete paura del crande luciano perche non cie mica delle ginestre da tacarsi”

La Fondazione Paolo Cresci, che conserva e studia la corrispondenza degli emigranti italiani, collega il brano alla paura della traversata in mare. L’immagine delle “ginestre” suggerisce che nell’oceano non vi fosse neppure una pianta alla quale il padre potesse aggrapparsi.

A oltre un secolo di distanza, la frase aiuta a rivelare la distanza che separava chi era già emigrato da chi doveva ancora decidere se avrebbe avuto il coraggio di attraversare l’Atlantico.

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Questa è una nuova storia di Cartas da América, la rubrica domenicale di Italianismo dedicata alla corrispondenza inviata dagli italiani in Brasile ai parenti rimasti in Italia.

Due fratelli in Brasile

Amedeo e Cesare Lucchesi nacquero nell’entroterra della provincia di Lucca, in Toscana.

Le fonti consultate divergono sul momento esatto della partenza dei fratelli. Gli studi sulla corrispondenza dei Lucchesi collocano l’emigrazione nel 1909, mentre un’altra ricerca storica registra che erano stati chiamati in Brasile dallo zio Francesco Lucchesi alcuni anni prima.

Ciò che i documenti chiariscono è che la famiglia manteneva già una rete migratoria tra la zona di Lucca e lo Stato di San Paolo.

Francesco Lucchesi si era stabilito in Brasile e aveva sviluppato attività commerciali nella regione di San Paolo. Anche Amedeo e Cesare costruirono la propria vita nel Paese e finirono per stabilirsi a São Bernardo.

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Le ricerche sulla loro corrispondenza indicano che rimasero in Brasile fino alla morte e non tornarono definitivamente in Italia.

Le lettere continuarono a mantenere il legame con chi era rimasto.

“Miei Cari Genitori”

La lettera del 19 ottobre 1913 inizia in modo semplice:

“Miei Cari Genitori”

Amedeo racconta di aver ricevuto la corrispondenza dei genitori pochi giorni prima e che le notizie sulla buona salute della famiglia gli avevano recato conforto.

Segue quindi una lunga sequenza di nomi.

Padre, madre, sorella Maria, Angelina, cognato, nipoti, zii e conoscenti compaiono quasi senza interruzione.

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Questa successione di persone era comune nella corrispondenza degli emigranti. La lettera non serviva soltanto a dialogare con il destinatario. Manteneva vivo anche il legame con parenti, vicini e conoscenti lasciati alle spalle.

Amedeo menziona inoltre Angelo, che aveva portato notizie della famiglia e formaggi inviati dai genitori.

Anche il cibo attraversava l’Atlantico insieme ai messaggi.

Dopo le castagne, il Brasile

È allora che emerge uno dei passaggi più rivelatori della lettera. Amedeo aveva saputo da Angelo che il padre avrebbe potuto viaggiare dopo la raccolta delle castagne.

Il riferimento ha attirato l’attenzione dei ricercatori della Fondazione Paolo Cresci.

Pur vivendo in Brasile, Amedeo continuava a scandire il tempo secondo il calendario rurale della sua terra d’origine. Non diceva semplicemente che il padre avrebbe dovuto imbarcarsi in un determinato mese. Il momento della partenza arrivava dopo le castagne.

Nell’interpretazione della Fondazione, il brano mostra come i ritmi della vita lasciata in Italia continuassero a essere presenti nella memoria dell’emigrante.

Facsimile della lettera inviata da Amedeo Lucchesi ai genitori, da São Bernardo, il 19 ottobre 1913 | Foto: Archivio della Fondazione Paolo Cresci per la Storia dell’Emigrazione Italiana
Facsimile della lettera inviata da Amedeo Lucchesi ai genitori, da São Bernardo, il 19 ottobre 1913 | Foto: Archivio della Fondazione Paolo Cresci per la Storia dell’Emigrazione Italiana

La paura era nell’oceano

La seconda parte della frase è ancora più curiosa.

Il padre, a quanto pare, temeva la traversata.

Nel manoscritto compare l’espressione:

“avete paura del crande luciano”

Non è italiano standard. E non c’è ragione di correggere il documento.

La Fondazione Cresci interpreta l’espressione come un riferimento alla paura dell’oceano e richiama l’attenzione sul commento successivo: in mare non ci sarebbero state “ginestre” alle quali aggrapparsi.

Amedeo usava un’immagine della terra per parlare dell’oceano.

Per una persona legata alla campagna e alle montagne della regione d’origine, la ginestra era qualcosa di concreto. Il mare non offriva nulla di simile.

La frase trasforma una paura difficile da descrivere in un’immagine quotidiana.

Una scrittura che racconta anch’essa una storia

Il documento colpisce per un altro motivo. Amedeo non scriveva secondo le regole dell’italiano formale.

Nella lettera compaiono forme come “doppo”, “vienite”, “cie” e altre costruzioni vicine all’oralità e al modo in cui le parole erano percepite dall’autore.

Anche questo fa parte del documento.

Gli studi sulle lettere dei fratelli Lucchesi mostrano una scrittura segnata dalla vicinanza al parlato e dall’esperienza dell’emigrante, che manteneva il contatto con la lingua e la cultura della regione d’origine mentre costruiva una nuova vita in Brasile.

Correggere queste parole significherebbe cancellare proprio una delle informazioni conservate dalla corrispondenza.

Passeggeri immigrati durante una traversata marittima verso le Americhe, in una fotografia dell’inizio del XX secolo
Passeggeri immigrati durante una traversata marittima verso le Americhe, in una fotografia dell’inizio del XX secolo

La conversazione continuò per anni

La corrispondenza della famiglia non terminò nel 1913.

Sono conservate altre lettere, tra cui una di Amedeo alla sorella Maria, scritta a São Bernardo il 16 maggio 1910, oltre alla corrispondenza successiva dei fratelli.

Nel marzo 1920, Cesare scrisse ai genitori dopo la visita di compaesani.

Avevano parlato di persone e avvenimenti della terra natale.

Cesare descrisse così la sensazione di ascoltarli:

“senbrava di essere nel paese nativo”

Sembrava di essere nel paese natale.

Anni dopo la partenza, le lettere e i racconti dei compaesani continuavano a ridurre, almeno per alcuni istanti, la distanza tra il Brasile e l’Italia.

Il manoscritto è sopravvissuto

La lettera di Amedeo del 1913 è stata conservata nell’archivio della Fondazione Paolo Cresci per la Storia dell’Emigrazione Italiana, a Lucca.

La riproduzione permette oggi di osservare i fogli originali, la calligrafia, le righe irregolari e una scrittura prodotta senza alcuna intenzione di trasformarsi in documento storico.

Amedeo non scriveva per i ricercatori. Stava rispondendo ai genitori. Voleva dire che stava bene.

Mandare saluti a parenti e conoscenti.

Ringraziare per il formaggio.

E convincere il padre che, dopo aver raccolto le castagne, forse era arrivato il momento di affrontare l’oceano e venire in Brasile.

Cartas da América

Cartas da América è la rubrica domenicale di Italianismo che recupera la corrispondenza inviata dagli italiani emigrati in Brasile ai familiari rimasti in Italia.

Ogni volta che gli archivi lo consentono, Italianismo pubblica anche il facsimile del documento originale, preservando la grafia utilizzata dagli stessi emigranti.

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