Ouro Fino, Minas Gerais, 11 gennaio 1891.
Luigi Franceschi non scriveva più come chi è in cerca di fortuna. Scriveva come chi voleva tornare a casa.
Circa due mesi prima, aveva lasciato Vedrana di Budrio, nel Bolognese, e aveva attraversato l’Atlantico con la moglie e cinque figli. Aveva 41 anni e una speranza comune a migliaia di italiani alla fine del XIX secolo: lavorare in Brasile, risparmiare e rientrare in Italia in condizioni migliori.
Ma, in quel gennaio, la promessa di un’America dove il denaro si raccoglieva col rastrello aveva già perso ogni significato.
In una lettera inviata al parroco del suo paese natale, Luigi riconosceva di essere partito volontariamente, influenzato dalle notizie che arrivavano dal Brasile.
Il suo obiettivo era:
«accumularmi in pochi anni un poco di denaro»
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«Mettere insieme in pochi anni un po’ di denaro.»
Poi sarebbe tornato a casa. La realtà incontrata nell’entroterra del Minas Gerais aveva mandato in frantumi quel progetto.
Un bracciante di 41 anni
Luigi Giuseppe Benedetto Franceschi nacque il 20 marzo 1849, nel Bolognese, nell’Italia settentrionale.
Era bracciante, un lavoratore agricolo che dipendeva dai lavori nei campi per sopravvivere.
I dati genealogici raccolti sulla famiglia indicano che il 29 ottobre 1880 sposò a Budrio Elisa Maria Cenni, allora ventiduenne e originaria di Castel Guelfo.
Luigi era vedovo. La sua prima moglie, Rosa Bortolini, era morta nel 1879.
Con Elisa formò la famiglia che, dieci anni più tardi, avrebbe attraversato l’Atlantico.
Non era un giovane celibe disposto a tentare la fortuna dall’altra parte del mondo. Era un uomo di mezza età, responsabile di una moglie e di cinque bambini. Quando decise di emigrare, affidò il destino di tutti a quel viaggio.

«Non spero altro che tormenti»
La lettera fu scritta circa due mesi dopo l’arrivo in Brasile. Eppure, l’entusiasmo era già svanito.
Luigi scrisse:
«non spero altro che tormenti»
«Non spero altro che tormenti.»
Non c’erano segnali di arricchimento. Non c’era alcuna descrizione di una terra dell’abbondanza.
Al contrario, l’immigrato riferiva delle difficoltà affrontate dalla famiglia e si lamentava perfino delle condizioni ambientali.
«da molte sorte di insetti siamo trucidati»
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«Siamo trucidati da molte specie di insetti.»
La parola scelta da Luigi era forte: trucidati. Era così che voleva trasmettere agli abitanti di Vedrana la durezza della vita che aveva trovato.
La lettera fu scritta a Ouro Fino, nel sud del Minas Gerais. Lì, l’aspettativa di risparmiare aveva lasciato il posto alla preoccupazione per la sopravvivenza.
Il denaro che avrebbe dovuto riportarlo indietro
Luigi era emigrato per mettere da parte denaro. Ma, secondo il suo racconto, quanto riusciva a guadagnare bastava appena a coprire le spese alimentari.
Nella lettera afferma che, pur lavorando e godendo di buona salute, non riusciva a sostenere le spese essenziali con i propri guadagni.
Il ritorno in Italia, che faceva parte del piano originario, diventava sempre più lontano. Il denaro che avrebbe dovuto consentire il viaggio di ritorno non arrivava.
La famiglia aveva attraversato l’oceano in cerca di condizioni migliori. Ora, per annullare quella decisione, avrebbe dovuto trovare le risorse per attraversarlo di nuovo.
L’America che avrebbe dovuto finanziare il ritorno cominciava a renderlo più difficile.
«La imploro, per carità»
A un certo punto, la lettera smette di essere soltanto un racconto delle difficoltà. Si trasforma in una richiesta d’aiuto.
Luigi scrive al parroco:
«la scongiuro per carità di non abbandonarmi»
«La imploro, per carità, di non abbandonarmi.»
Voleva aiuto per tornare in Italia.
La documentazione storica sull’emigrazione dall’Emilia-Romagna registra che Franceschi chiedeva al sacerdote di tentare di trovargli lavoro come contadino nella sua terra d’origine.
Era il rovesciamento dell’aspettativa che lo aveva condotto in Brasile. Luigi aveva lasciato l’Italia in cerca di una vita migliore. Ora era disposto a tornare proprio al lavoro agricolo che conosceva prima della partenza.
Non chiedeva ricchezza. Chiedeva un’opportunità per tornare.
«Queste Siberie»
In un altro passaggio, Luigi usa un’espressione rivelatrice per descrivere il luogo in cui si trovava:
«queste siberie»
«Queste Siberie.»
Il paragone con la Siberia trasmetteva la sensazione di isolamento e sofferenza. Subito dopo, parla della sua famiglia:
«mia moglie e figli piangono»
«Mia moglie e i miei figli piangono.»
Secondo Luigi, piangevano per aver lasciato la terra natale. Non era soltanto il pentimento di un uomo. Era la sofferenza che attribuiva all’intera famiglia.
La moglie e i cinque figli che attraversarono l’Atlantico
I registri genealogici raccolti sui Franceschi aiutano a identificare i bambini che accompagnarono Luigi ed Elisa nel viaggio.
Erano cinque figli, tutti nati in Italia: Vincenzo Franceschi, nato nel 1881; Giuseppe Enrico, nato il 20 giugno 1883; Rosa Barbara, nata nel 1885; Antonio Raffaele, nato nel 1887; e Leonilde Pasqualina, nata il 19 aprile 1889.
Un registro dei passeggeri attribuito al piroscafo Europa, giunto a Rio de Janeiro nel novembre 1890, riporta una famiglia con nomi corrispondenti e con Ouro Fino indicata come destinazione. La coincidenza dei nomi, del periodo del viaggio e del comune del Minas Gerais rafforza l’identificazione.
Nei documenti, il cognome compare con varianti quali Franceschi e Francesci. La moglie è identificata anche come Elisa o Maria, nomi che fanno parte del suo nome completo, Elisa Maria Cenni.
Erano sette persone ad attraversare l’Atlantico. La più piccola dei bambini, Leonilde, aveva poco più di un anno quando la famiglia arrivò in Brasile. Poche settimane dopo, il padre scriveva in Italia chiedendo aiuto per tornare.
L’avvertimento a chi pensava ancora di partire
La lettera assume un’altra dimensione quando Luigi smette di parlare soltanto della propria famiglia. A Vedrana, altre persone ricevevano notizie dall’America e avrebbero potuto prendere in considerazione lo stesso viaggio.
Franceschi decise di avvertirle. Menzionando famiglie che pensavano di emigrare in Brasile, scrisse:
«stiano pure a casa»
«Restino pure a casa.»
Nel passaggio completo, raccomanda a quanti fossero interessati a lasciare Vedrana di rimanere in Italia, perché altrimenti sarebbero rimasti scontenti.
Era un messaggio opposto all’immagine di prosperità associata all’emigrazione. Luigi non voleva convincere nessuno ad attraversare l’Atlantico. Voleva evitare che altre famiglie ripetessero la sua esperienza.
Le stesse lettere che lo spinsero a partire
C’è una contraddizione evidente in questa storia. Luigi racconta che una delle ragioni che lo spinsero a lasciare l’Italia furono proprio le lettere che arrivavano dal Brasile.
La corrispondenza degli emigrati aveva grande importanza nelle comunità rurali italiane. Circolava tra parenti, amici e vicini. Portava informazioni su salari, lavoro, alimentazione, terre e opportunità.
Una lettera poteva influenzare la decisione di un’altra famiglia. Ma non tutte descrivevano la stessa America.
Alcuni immigrati raccontavano successi e migliori condizioni di vita. Altri scrivevano di difficoltà, bassi guadagni e nostalgia.
Luigi aveva scelto di partire influenzato dalle notizie ricevute. Ora inviava una lettera di segno opposto. Il messaggio era semplice: non venite.
L’America non era uguale per tutti
L’esperienza di Franceschi appartiene a un periodo di espansione dell’immigrazione italiana in Brasile.
Alla fine del XIX secolo, migliaia di famiglie lasciavano regioni d’Italia colpite dalla povertà rurale, dall’instabilità del lavoro agricolo e dalla mancanza di prospettive economiche.
Allo stesso tempo, le politiche brasiliane di incentivo all’immigrazione, le compagnie di navigazione e le reti di parenti e conoscenti contribuivano ad ampliare il movimento migratorio.
L’abolizione della schiavitù, nel 1888, aveva inoltre accelerato la ricerca di lavoratori per le coltivazioni brasiliane, soprattutto nelle regioni produttrici di caffè.
Ma non esisteva un’unica esperienza dell’immigrazione. Vi furono famiglie che riuscirono a migliorare le proprie condizioni di vita. Altre affrontarono anni di difficoltà prima di raggiungere una certa stabilità. Vi furono anche immigrati che desiderarono tornare quasi immediatamente.
La lettera di Luigi conserva questa voce. Quella di chi arrivò in Brasile e se ne pentì.
Luigi rimase in Brasile
La lettera del 1891 lascia una domanda inevitabile. Luigi riuscì a tornare in Italia?
La documentazione genealogica raccolta successivamente sulla famiglia indica un epilogo diverso da quello che desiderava. I Franceschi rimasero in Brasile.
L’uomo che aveva scritto al parroco implorando aiuto per tornare alla terra natale finì per costruire una storia familiare duratura dall’altra parte dell’Atlantico.
Circa dieci anni dopo la lettera, intorno al 1900, Luigi ed Elisa ebbero un’altra figlia, Hercília, nata ad Além Paraíba, nel Minas Gerais, secondo i registri familiari presentati.
A differenza dei cinque fratelli maggiori, Hercília nacque brasiliana. La sua nascita indica che la famiglia rimaneva nel Paese quasi un decennio dopo la disperata richiesta di ritorno.
Il Brasile che Luigi voleva abbandonare era diventato anche il luogo di nascita di una nuova generazione.
Lettere dall’America
Lettere dall’America è la rubrica domenicale di Italianismo dedicata alle lettere, ai diari e alla corrispondenza lasciati dagli italiani emigrati in Brasile e in altri Paesi delle Americhe.
Sono documenti che conservano esperienze personali, spesso assenti dai racconti ufficiali sull’immigrazione.
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