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«Lavoriamo sei giorni alla settimana, ma non possiamo avere figli»: il dramma delle giovani coppie nell’Italia di Meloni

Un racconto pubblicato da Fanpage mette in luce bassi salari, debiti e la rinuncia al progetto di avere figli. Un dramma che contrasta con la difesa della famiglia da parte del governo Meloni.

Un racconto pubblicato da Fanpage mette in luce bassi salari, debiti e la rinuncia al progetto di avere figli. Un dramma che contrasta con la difesa della famiglia da parte del governo Meloni.

Lavorano sei giorni alla settimana, percepiscono due stipendi, hanno rinunciato a viaggi, ristoranti e attività ricreative. Eppure non riescono a mettere da parte abbastanza denaro per crescere un figlio.

È il dramma raccontato da una giovane coppia italiana di 26 e 33 anni in una lettera pubblicata dal portale Fanpage.it. La testimonianza rivela una contraddizione centrale nel dibattito sociale italiano: un Paese che afferma di volere più bambini, ma in cui una parte dei giovani non riesce a sostenere i costi della propria sopravvivenza.

Bendita Cidadania, analise de cidadania italiana

La donna riceve 800 euro al mese. Il compagno ne guadagna 1.000. Insieme vivono con 1.800 euro, una somma assorbita quasi interamente dalle spese per l’abitazione, i trasporti, le utenze domestiche e i debiti.

«Mettere al mondo un bambino sarebbe un atto di puro egoismo da parte nostra», afferma la giovane, in traduzione dall’italiano, spiegando che la coppia non sarebbe in grado di garantire neppure le cure essenziali a un neonato.

La frase sintetizza una crisi che non è iniziata con il governo di Giorgia Meloni, ma che resta irrisolta durante il suo mandato.

Due stipendi, sei giorni di lavoro e nessuna sicurezza

La storia inizia nel dicembre 2022, quando la coppia è andata a vivere insieme. Lei aveva 22 anni e lui 29.

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Il primo immobile preso in affitto costava 200 euro al mese, ma era lontano dai luoghi di lavoro. Il denaro risparmiato sull’affitto finiva per essere speso in carburante.

All’epoca entrambi lavoravano in una pizzeria che, secondo la lettera, ritardava il pagamento degli stipendi di mesi. Per sopravvivere, ricevevano piccoli anticipi a turno ogni 15 o 20 giorni.

Nel 2023 sono riusciti a cambiare lavoro e abitazione. Il nuovo affitto è salito a 250 euro al mese, per una casa vecchia e in condizioni precarie, ma più vicina al lavoro.

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Nel 2025 si è presentata l’opportunità di acquistare una piccola casa vecchia. Nonostante il compagno avesse un contratto a tempo indeterminato, il reddito non ha consentito di ottenere un tradizionale mutuo immobiliare, secondo il racconto.

La soluzione è stata accendere un prestito a interessi più elevati, con rate da 500 euro al mese per sei anni. La coppia ha inoltre speso tutti i risparmi per ristrutturare l’immobile.

Oggi, la sola rata della casa assorbe quasi il 28% del reddito complessivo. Il bilancio deve inoltre coprire l’auto, l’assicurazione, le utenze domestiche e il finanziamento dei mobili.

Ciò che colpisce è che la mancanza di denaro non deriva dall’assenza di lavoro. Entrambi sono occupati, ma i loro redditi non garantiscono la sicurezza economica necessaria per progettare una famiglia.

«Questa è l’Italia che ci fa accettare salari bassi»

La giovane critica un mercato del lavoro nel quale molti accettano retribuzioni basse perché non trovano alternative migliori. «Questa è l’Italia che ci fa accettare salari bassi perché ci sono situazioni peggiori e non si trova nulla di meglio», afferma, nella traduzione della testimonianza.

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In un altro passaggio racconta che la coppia non viaggia, non pratica sport e non frequenta ristoranti o pizzerie. Non si tratta soltanto di rinviare le vacanze o ridurre le spese per il tempo libero. La rinuncia è arrivata fino al progetto di avere figli.

La testimonianza mette in luce la dimensione emotiva dell’insicurezza finanziaria: pur lavorando sei giorni alla settimana, i due ritengono impossibile sostenere le spese per un figlio.

La crisi che mette alla prova il discorso di Meloni

La situazione contrasta con uno dei principali cavalli di battaglia politici di Giorgia Meloni: la valorizzazione della famiglia e la lotta al calo della natalità. Da quando è salita al governo, nell’ottobre 2022, Meloni ha posto la questione demografica tra le priorità del suo discorso politico.

Incoraggiare gli italiani ad avere figli, tuttavia, non dipende soltanto da incentivi finanziari o campagne a favore della maternità. Dipende anche da salari in grado di sostenere una famiglia, dall’accesso alla casa, dalla stabilità lavorativa e dai servizi pubblici.

Ciò non significa che il governo abbia provocato da solo la crisi. La stagnazione salariale, le difficoltà abitative e il calo della natalità sono problemi strutturali precedenti all’attuale amministrazione. Ma la persistenza di questi ostacoli mette in discussione l’efficacia delle politiche adottate per affrontarli.

L’Italia registra circa 355 mila nascite in un anno

Secondo dati provvisori dell’Istituto nazionale di statistica italiano (Istat), il Paese ha registrato circa 355 mila nascite nel 2025, con una riduzione di circa il 3,9% rispetto al 2024. Il tasso di fecondità si è attestato attorno a 1,14 figli per donna.

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Il calo della natalità ha molteplici cause, tra cui il rinvio della formazione di una famiglia, le difficoltà economiche e la riduzione del numero di donne in età riproduttiva, conseguenza di decenni di bassa fecondità.

Gli incentivi non eliminano l’insicurezza finanziaria

Il governo Meloni ha adottato misure di sostegno alle famiglie, tra cui un bonus di 1.000 euro per ogni nascita o adozione, soggetto a criteri di ammissibilità. Il Paese dispone inoltre di strumenti di sostegno finanziario alle famiglie con figli, alcuni dei quali creati prima dell’attuale amministrazione.

La sfida sta nella differenza tra ricevere un aiuto una tantum e disporre di un reddito sufficiente per mantenere un figlio per anni. Per una coppia che destina già quasi tutti i 1.800 euro mensili alle spese di base, un incentivo temporaneo non risolve di per sé il problema dell’insicurezza finanziaria.

Il Paese che difende la famiglia, ma non riesce a garantirne il futuro

I racconti inviati a Fanpage non costituiscono un campione statistico della popolazione italiana. Ma danno un volto alle difficoltà che emergono dagli indicatori economici e demografici.

La contraddizione politica è evidente: mentre la difesa della famiglia occupa un posto centrale nel discorso del governo Meloni, una parte dei giovani italiani afferma di non trovare le condizioni materiali per costruire la propria famiglia.

Il dramma della coppia di 26 e 33 anni riassume questa impasse. Lavorano, pagano le bollette e sono riusciti a comprare una piccola casa. Eppure ritengono finanziariamente impossibile avere un figlio.

Per questi giovani, la crisi della natalità non inizia con la mancanza del desiderio di diventare genitori. Inizia alla fine del mese, quando lo stipendio finisce e le bollette continuano ad arrivare.

Fonte della testimonianza: Fanpage.it. Brani tradotti dall’italiano.

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