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Editorial

Editoriale: saper rinunciare è anch’essa una scelta politica

I numeri del referendum richiedono analisi, non cacce alle streghe. Prima di attribuire responsabilità agli elettori o ai promotori, occorre comprendere gli ostacoli alla partecipazione e sapere quando una strategia ha smesso di funzionare.

I numeri del referendum richiedono analisi, non cacce alle streghe. Prima di attribuire responsabilità agli elettori o ai promotori, occorre comprendere gli ostacoli alla partecipazione e sapere quando una strategia ha smesso di funzionare.

Ci sono momenti in cui perseverare è coraggio. Ce ne sono altri in cui perseverare non fa che prolungare una strategia che ha smesso di assolvere al suo scopo. Saper distinguere le une dagli altri è anch’essa una responsabilità politica.

Il referendum sulla cittadinanza italiana è nato con un obiettivo concreto: offrire agli elettori italiani la possibilità di abrogare parte delle restrizioni imposte alla cittadinanza per discendenza. Per arrivare alle urne, tuttavia, non bastano ragione, convinzione o indignazione. Occorre soddisfare un requisito oggettivo: raccogliere almeno 500 mila firme.

Bendita Cidadania, analise de cidadania italiana

I numeri iniziali mostrano un’enorme distanza tra la mobilitazione esistente e quella necessaria. Nei primi 9 giorni sono state raccolte 1.445 firme, una media di 160 al giorno. Vale a dire lo 0,29% delle 500 mila necessarie in 90 giorni.

Questo non autorizza una caccia alle streghe.

Non è serio trasformare i promotori in colpevoli per il solo fatto di aver tentato di aprire un nuovo fronte di contestazione. Sarebbe inoltre ingiusto puntare il dito contro gli elettori, soprattutto gli italiani che vivono fuori dall’Italia, come se ogni firma mancata significasse indifferenza.

Una firma assente dalla piattaforma non corrisponde necessariamente a un cittadino che ha detto no.

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Potrebbe trattarsi di qualcuno che non ha mai saputo della campagna. Di qualcuno che non ha compreso il quesito. Oppure di un cittadino che ha cercato di partecipare, scontrandosi con il codice fiscale, lo SPID, la CIE, l’Aire o con difficoltà nei rapporti con l’amministrazione consolare.

Questa differenza è fondamentale.

Se lo Stato riconosce qualcuno come cittadino italiano, quel legame non dovrebbe diventare più debole quando quel cittadino cerca di esercitare i propri diritti a migliaia di chilometri dall’Italia. Il passaporto non può rappresentare una cittadinanza piena per attraversare una frontiera e una cittadinanza limitata dalla burocrazia quando arriva il momento di partecipare alla vita democratica del Paese.

Bendita Cidadania, analise de cidadania italiana

È proprio qui che il dibattito sul referendum diventa più grande del referendum stesso.

Anche lo Stato deve guardare a se stesso

È facile guardare uno schermo con poche firme e concludere che è mancata la mobilitazione.

Più difficile è chiedersi quanti siano rimasti fuori.

Per anni, l’Italia ha costruito un rapporto peculiare con milioni di cittadini residenti all’estero. Sono italiani a tutti gli effetti giuridici, elettorali e consolari, ma spesso devono affrontare una successione di procedure amministrative per esercitare diritti che, in teoria, già possiedono.

Quando la partecipazione democratica si sposta nell’ambiente digitale, queste difficoltà non sono più soltanto burocratiche. Possono trasformarsi in ostacoli alla partecipazione.

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Se il cittadino ha bisogno di un’identità digitale per esercitare un determinato diritto, ma incontra ostacoli nell’ottenere gli elementi necessari per tale identità, esiste una contraddizione che lo Stato deve affrontare.

Non spetta ai promotori di un referendum sostituirsi ai consolati, risolvere problemi dell’Aire, rilasciare codici fiscali o correggere difficoltà di accesso ai sistemi pubblici.

E non si può definire disinteressato il cittadino che ha cercato di entrare dalla porta indicatagli dallo Stato stesso e non è riuscito a passare.

Ma le difficoltà non possono nascondere i numeri

Riconoscere questi ostacoli non significa neppure ignorare la realtà.

Se, con il passare delle settimane, la distanza tra le firme raccolte e le 500 mila necessarie continuerà a essere enorme, arriverà il momento in cui i promotori dovranno compiere una scelta.

Non tra coraggio e codardia. Non tra vincitori e sconfitti. Ma tra continuare a investire energie in una strategia con scarse possibilità di produrre il risultato previsto o preservare le forze per altri fronti.

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Rinunciare, in questo contesto, non significa necessariamente riconoscere che la causa fosse sbagliata.

Significa riconoscere che quello strumento, in quel momento, non è riuscito a trasformare una causa in una mobilitazione sufficiente.

C’è un’enorme differenza tra abbandonare una causa e abbandonare una strategia.

Un referendum non può trasformarsi in un fine in sé

Questo è forse il rischio maggiore.

Quando raggiungere 500 mila firme diventa l’obiettivo assoluto, si perde di vista il motivo per cui l’iniziativa è nata.

Il referendum è uno strumento. Non è la causa.

La causa è ben più ampia: discutere quali limiti lo Stato italiano possa imporre alla trasmissione della cittadinanza, come tali cambiamenti incidano su persone già legate giuridicamente all’Italia e quali strumenti costituzionali, legislativi e giudiziari esistano per contestarli.

Se lo strumento scelto non funziona, è legittimo discuterne un altro.

Perseverare soltanto per evitare la parola «rinuncia» può produrre l’effetto contrario: consumare mesi di mobilitazione, risorse e attenzione per arrivare a un risultato che si era già dimostrato lontano.

Non c’è alcun merito politico nel mantenere artificialmente in vita una strategia soltanto perché nessuno vuole assumersi il costo di chiuderla.

Prima di rinunciare, però, bisogna capire

È qui che elettori, promotori e istituzioni devono essere distinti.

I promotori devono rispondere della strategia che hanno scelto. Gli elettori decidono liberamente se sostenere o meno il referendum. E lo Stato deve garantire che chi desidera partecipare disponga delle condizioni effettive per farlo.

Confondere queste tre responsabilità sarebbe intellettualmente disonesto.

Per questo, prima di concludere che la campagna sia fallita per mancanza di sostegno, è necessario sapere quanti cittadini siano stati di fatto impediti dalle difficoltà di accesso.

E, al tempo stesso, non si può usare la burocrazia come spiegazione automatica di ogni cattivo risultato.

Occorre misurare.

Quanti hanno tentato di firmare? Quanti non ci sono riusciti? Dove hanno incontrato l’ostacolo? Quanti non possiedono SPID o CIE? Quanti hanno avuto problemi legati al codice fiscale? Quanti non sono nemmeno venuti a conoscenza dell’iniziativa?

Senza queste risposte, sia l’accusa di fallimento sia la giustificazione della burocrazia restano incomplete.

Sapere quando fermarsi

Se questi ostacoli saranno affrontati, la campagna otterrà visibilità e, ciononostante, le adesioni resteranno molto lontane da quelle necessarie, i promotori si troveranno di fronte a una decisione difficile.

E forse sarà proprio in quel momento che rinunciare smetterà di rappresentare una debolezza.

Saper iniziare una battaglia richiede coraggio. Saperla concludere quando lo strumento scelto non funziona richiede responsabilità.

Nessuna rinuncia cancellerebbe le firme apposte dai cittadini che hanno creduto nel referendum. Né eliminerebbe le controversie aperte dalle modifiche alla cittadinanza italiana.

Il dibattito proseguirebbe in Parlamento, nei tribunali, nella società civile e tra i milioni di italiani che vivono fuori dal Paese.

Ciò che finirebbe sarebbe una strategia.

E le strategie possono finire.

Le cause, non necessariamente.

Quando si è allo 0,29% dell’obiettivo e, al ritmo attuale, si hanno davanti otto anni e mezzo, perseverare smette di essere una virtù e diventa ostinazione.

Di Reginaldo Maia

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