Il dibattito sulla cittadinanza italiana è giunto a un punto in cui la comunità ha bisogno di meno slogan e più responsabilità.
La riforma del 2025 ha profondamente modificato il rapporto di migliaia di famiglie con la cittadinanza italiana. Progetti costruiti nel corso di anni sono stati interrotti. Le procedure sono state assoggettate a nuove regole. Sono emerse incertezze giuridiche che ancora oggi non sono state del tutto risolte.
Ora, di fronte a una nuova iniziativa per tentare di rivedere parte di questi cambiamenti, Italianismo ritiene che una questione debba venire prima di tutte le altre: questa strategia protegge davvero la diaspora?
Questo dovrebbe essere il criterio di valutazione di qualsiasi iniziativa.
Non il protagonismo delle associazioni.
Non la competizione tra gruppi.
Non la necessità di dimostrare chi stia facendo di più.
La comunità deve venire prima di tutto.
Le buone intenzioni non bastano
Italianismo riconosce la legittimità di ogni iniziativa seria volta ad affrontare le restrizioni imposte nel 2025.
Ma intenzione e risultato sono due cose diverse.
Quando una strategia può produrre conseguenze giuridiche e politiche per milioni di discendenti, non basta dire che bisogna provarci. Occorre sapere dove si vuole arrivare.
Occorre spiegare cosa cambia se l’iniziativa avrà successo. Occorre dire cosa rimane invariato.
E occorre considerare anche lo scenario in cui le cose non vadano come previsto.
Questo non è pessimismo. Non è remare contro. È responsabilità.
Il referendum va compreso per ciò che può realmente fare
Uno dei maggiori rischi di questo dibattito è trasformare una complessa questione giuridica in un messaggio eccessivamente semplice.
Il referendum proposto non abroga l’intera riforma del 2025.
Interviene su parti specifiche della legislazione.
Ciò può produrre effetti importanti, ma non significa automaticamente ripristinare l’intero sistema precedente.
La comunità deve conoscere questa differenza.
Deve sapere con esattezza quali diritti potrebbero essere recuperati, quali restrizioni rimarrebbero e quali situazioni continuerebbero a dipendere dall’interpretazione giuridica.
Una mobilitazione di questa portata non può essere sostenuta soltanto da ciò che intende contrastare.
Deve essere spiegata anche in base al risultato concreto che può produrre.
Le 500 mila firme non sono il traguardo
La raccolta delle firme è una fase visibile, capace di mobilitare e facile da comprendere.
Ma la vera sfida comincia dopo.
Se l’iniziativa andrà avanti, la discussione non riguarderà più soltanto la comunità direttamente interessata. Diventerà una questione nazionale.
Milioni di elettori italiani, molti dei quali senza un contatto diretto con la realtà dei discendenti all’estero, potrebbero essere chiamati a decidere su un tema tecnico, storico e politicamente sensibile.
La scala cambia completamente. E con essa cambia anche la responsabilità.
Chi racconterà la storia della diaspora?
Questa è una delle domande che più preoccupano Italianismo.
Chi spiegherà agli italiani residenti nel Paese che cosa ha significato l’emigrazione?
Chi mostrerà che la diaspora non può essere ridotta allo stereotipo di chi è interessato soltanto a un passaporto per andare a Miami?
Chi spiegherà che esistono famiglie che hanno mantenuto legami culturali, affettivi ed economici con l’Italia per generazioni?
Chi risponderà quando il dibattito arriverà in televisione, sui giornali, sui social network e nello scontro politico?
Quale sarà la struttura della comunicazione? Chi metterà a disposizione i fondi in euro?
Quale sarà la capacità di reazione di fronte a una campagna contraria?
Queste domande dovrebbero far parte della strategia fin dal primo giorno.
Non quando la campagna sarà già in corso.
Il rischio non è soltanto giuridico
Una consultazione popolare produce effetti giuridici definiti. Ma produce anche effetti politici.
Una vittoria può essere interpretata in vari modi. Anche una sconfitta. E lo stesso vale per il mancato raggiungimento del quorum.
Italianismo non intende prevedere come voterebbe l’elettorato italiano. Non vi sono elementi per farlo.
Ma occorre riconoscere una realtà elementare: i risultati elettorali sono oggetto di contesa politica.
Un’eventuale sconfitta non significherebbe giuridicamente che l’Italia respinge la propria diaspora. Allo stesso modo, un eventuale mancato raggiungimento del quorum non significherebbe l’approvazione delle restrizioni del 2025.
Ma nulla impedirebbe che questi risultati fossero utilizzati nello scontro politico in modi molto più ampi.
Questo rischio deve essere preso in considerazione.
La diaspora non può arrivare impreparata
Una campagna nazionale richiede organizzazione.
Richiede comunicazione.
Richiede risorse.
Richiede capacità giuridica.
Richiede presenza politica.
E richiede una narrazione capace di raggiungere persone che non hanno mai seguito il dibattito sullo iure sanguinis.
La questione, dunque, non è soltanto sapere se esista una mobilitazione sufficiente per avviare il processo.
È sapere se esista una struttura in grado di portarlo fino in fondo.
Una causa di questa portata non può dipendere soltanto dall’entusiasmo. Ha bisogno di strategia.
Porre domande non significa abbandonare la causa
Il dibattito sulla cittadinanza non dovrebbe dividere la comunità tra chi “lotta” e chi presumibilmente “non lotta”. Questa divisione è artificiosa e dannosa.
È possibile difendere i discendenti e porre domande. È possibile contestare le restrizioni del 2025 e discutere l’efficacia di un determinato strumento.
È possibile auspicare profondi cambiamenti nella legislazione senza ritenere che ogni percorso proposto sia necessariamente il migliore.
Condividere lo stesso obiettivo non obbliga tutti a concordare sulla stessa strategia. E dissentire sul percorso non trasforma nessuno in un avversario della comunità.
Nessuna organizzazione è più grande della causa
La diaspora italiana è ampia, plurale e distribuita in decine di Paesi. Nessuna associazione parla a nome di tutti. Nessun gruppo rappresenta da solo milioni di discendenti. Nessuna iniziativa dovrebbe essere immune alle critiche soltanto perché afferma di agire in difesa della comunità.
Chi propone una strategia deve accettare le domande. Anche chi critica. E anche chi sostiene percorsi legislativi.
E Italianismo stesso non è al di sopra di questo scrutinio.
Questo è l’unico modo sano di condurre una discussione che coinvolge così tante famiglie.
Non trasformare la comunità in tifoseria
Attorno alla cittadinanza italiana sono aperti diversi fronti.
C’è il dibattito legislativo. C’è il contenzioso giudiziario. Ora c’è anche la via referendaria.
Ognuno ha possibilità e limiti. Nessuno offre garanzie.
L’errore sarebbe trasformare queste alternative in una competizione. Non dovrebbe importare chi ha presentato per primo una soluzione. Dovrebbe importare quale soluzione può effettivamente produrre risultati.
Non dovrebbe importare chi ne esce rafforzato all’interno della diaspora. Dovrebbe importare quali diritti possono essere preservati o ricostruiti.
La comunità ha già affrontato divisioni sufficienti. Non ha bisogno di un’altra.
Cosa pensa Italianismo
Italianismo ritiene che il referendum meriti di essere analizzato con serietà, ma anche con prudenza. La mobilitazione della comunità è legittima.
Anche l’indignazione provocata dalla riforma del 2025 lo è.
Ma un’iniziativa in grado di porre la cittadinanza per discendenza davanti all’intero elettorato italiano deve essere accompagnata da risposte chiare.
Che cosa cambia esattamente se il referendum avrà successo?
Che cosa rimane invariato?
Qual è il piano per un’eventuale campagna nazionale?
Come sarà presentata la diaspora agli elettori?
Quale sarà la strategia di comunicazione?
Che cosa accade se non si raggiunge il quorum?
Che cosa accade se il risultato è sfavorevole?
E, in qualsiasi scenario, quale sarà il percorso il giorno dopo?
Queste domande non indeboliscono la causa.
Proteggono la causa.
La diaspora non deve scegliere tra coraggio e prudenza.
Ha bisogno di entrambi. Ha bisogno di mobilitazione, ma anche di pianificazione. Ha bisogno di indignazione, ma anche di strategia.
Soprattutto, ha bisogno che qualsiasi iniziativa adottata in suo nome sia pensata a partire dalle conseguenze per coloro che ne saranno direttamente coinvolti.
La diaspora non deve servire una strategia.
È la strategia che deve servire la diaspora.
Di Reginaldo Maia
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